Ferie: cosa non comprare

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Articolo pubblicato il 15/07/2017 alle ore 22:50.
Ferie: cosa non comprare 4
Ferie: cosa non comprare 4

Arriva il tempo delle vacanze. I supermercati si riempiono di accessori per i vostri viaggi, siano essi avventurosi o da ombrellone. Ogni anno ritornate e comprate sempre le stesse cose. Mi chiedo se gli articoli che si vendono siano di qualità così scarsa da rompersi proprio l’ultimo giorno di ferie, o se invece per voi non è vacanza senza i soliti acquisti di rito. Credo sia la seconda. Come commessa posso affermare che ormai lo shopping (compulsivo) pre-viaggio fa parte del viaggio stesso.

Gli ombrelloni. Banalmente, l’ombrellone. Ogni anno vi vendiamo i soliti ombrelloni a spicchi bianchi e colorati. Vi riconosco, venite sempre con lo stesso bambino che ormai ha i baffi. Che ci fate con tutti questi parasole? Dovete allestire un lido? Li usate per planare dal terrazzo al cortile in caso di testimoni di Geova alla porta? Volete collezionare tutti i colori dello spettro visivo, compresi quelli trash?

Giochi da spiaggia. Spendiamo una parola anche per i giochi da spiaggia. Io me lo ricordo ancora il mio secchiello di quando ero piccola. Era giallo, col manico blu e la faccia. Acquistato in loco quando ero all’asilo e utilizzato fino alla maggiore età. Ho provato a lamentarmi dopo il sesto anno di utilizzo, in seguito alla rottura del manico. Mi è stato dato uno spago e una severa lezione di bergamaschità: «Non vorrai mica cambiarlo, tanto lo usi solo quando siamo al mare». E come dare torto alla mamma? Tuttavia, oggi siamo molto meno bergamaschi di un tempo. Ogni anno vedo comparire secchielli da design d’interni, camion e ruspe più grandi della mia utilitaria, aggeggi risucchia acqua e impasta sabbia, palette che dissoderebbero l’agro pontino e in generale più attrezzi di quanti ne richiede un carpentiere. Ma cosa ci devono fare i vostri bambini con tutta questa roba? Avete ricevuto un appalto dal demanio per la ricerca di tesori perduti in riviera? Dovete seppellire vostro marito facendolo sembrare un incidente? Mi immagino le vostre cantine, strabordanti di annaffiatoi col naso e bocce di plastica coi birilli. Vi dimenticate ciò che comprate? Oppure c’è una qualche oscura moda che vi impone di comprare giochi aggiornati ai vostri figli?

La crema solare. Ma parliamo ora del trip che invece prende voi, care signore che spingete il carrello ormai ricolmo di plastica. La crema solare. Ah, per questa abbiamo la giustificazione; la crema finisce, o scade. Mica vogliamo intossicarci la pelle. Certo che no. Ripenso al timido espositore della mia infanzia, sopra al quale comparivano a fine maggio le creme antiscottatura. Una per i bambini, una per gli adulti, una per i super abbronzati. Se proprio voleva essere uno scaffale all’avanguardia ci mettevano dell’olio abbronzante che faceva diventare arancioni. Così uno sapeva subito cosa scegliere, buttava il suo tubetto nel carrello e via. Beh scordatevi questa semplicità. Le madri stazionano per ore davanti alle creme solari, perché il timido espositore è diventato un reparto. Creme per bambini protezione cinquanta, cinquanta per albini, per bambini abbronzati, per bambini abbronzati al sapore di banana, crema di tutte le protezioni dal 49 al -10 che facilitano le scottature, olio abbronzante, olio al carotene, olio d’oliva, olio protettivo con ossimoro e in regalo un massaggiatore se compri sei confezioni. E lei, la signora che è premurosa verso la sua pelle e quella del bambino (mai verso quella del marito, che può anche morire bollito), le annusa tutte. Apre tutti i tappi, sissignora. A volte schizzandoseli nelle narici. Sembra un cane antidroga, evidentemente la gravidanza sviluppa un sensore antiveleno nel suo naso che la costringe per istinto a sniffarsi tutti i barattoli. Non c’è altra spiegazione per la sua compulsione evidente verso gli odori delle creme. Nel frattempo il bambino ha deciso di testare i suoi giocattoli da spiaggia senza la spiaggia. Quindi si mette a scavare nel cesto dei calzini e a far correre le bocce nella corsia delle birre.

I birilli siamo noi. La commessa, che si sente un po’ birillo, vorrebbe usarlo come porta ombrelloni, e quindi inizia a intercettare tutte le sue palline e distruggerle con le mani. La madre finalmente esce dalla sua trance olfattiva, non appena sente l’urlo disperato del pupo privato dei suoi necessari gadget estivi. La commessa si rende invisibile, occultata dietro al bancale delle sdraio. «Oh, povero Reginaldo Maria, hai perso accidentalmente i tuoi birilli sparpagliandoli per tutto il centro commerciale. Oh povero piccolo!». Puntualmente la madre prende il carrello con la crema (rigorosamente la più pura e naturale) e ripassa dal reparto mare, acquistando nuove carabattole di plastica e aggiungendo anche dieci infradito, quattro costumi e dei pareo. Ma sicuramente avrà dimenticato qualcosa, non illudetevi. Tornerà con la figlia maggiore. E meno male che a Bergamo il mare non c’è.

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