Il punto di vista dell'ex sindaco Pienazza

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Articolo pubblicato il 02/05/2017 alle ore 17:42.
Il punto di vista dell'ex sindaco Pienazza 4
Il punto di vista dell'ex sindaco Pienazza 4

Domenica 11 giugno nella seconda città più grande della provincia di Brescia si voterà per l’elezione della nuova amministrazione. Questa settimana la nostra rubrica racconterà il punto di vista di Fiorenzo Pienazza, primo cittadino di Desenzano dal 2002 al 2007, oggi preside dell’istituto dei padri Rogazionisti e presidente dell’Anffas della città. Pienazza ha avuto diverse esperienze amministrative e in pochi meglio di lui conoscono oneri e onori della carica più alta di Palazzo Bagatta.
Dottor Pienazza, cominciamo dalla fine: che augurio si sente di fare al nuovo sindaco di Desenzano?
«Innanzitutto vorrei complimentarmi con tutti coloro che hanno dato la loro disponibilità a candidarsi al ruolo di sindaco della città. Credo che anche questo sia un gesto di generosità nella prospettiva di un impego non facile, non semplice, non sempre gratificante ma comunque molto importante perl la collettività».
Un lavoro che lei definisce «non sempre facile e complesso». Qual è la difficoltà maggiore?
«Il sindaco ha il grande peso di dover prendere una decisione. Sembrerà banale ma in questa campagna elettorale il concetto a volte è stato fatto passare in secondo piano».
Si spieghi meglio.
«Senza entrare nello specifico dei programmi ho visto liste proporre slogan quali “Faremo ciò che ci diranno di fare i cittadini”. Un buon sindaco deve essere capace sì di ascoltare la gente ma deve essere altrettanto consapevole che al primo cittadino spetta il dovere di fare scelte sulla base del progetto di sviluppo della città che ha in mente e che ha condiviso con i suoi sostenitori. Chi amministrerà presto si accorgerà che una buona sintesi fra diverse opinioni e punti di vista non è compito facile. Banalmente anche posizionare un cestino dello sporco in un luogo invece che in un altro può sollevare polemiche o malumori. Un buon sindaco deve sapere ascoltare ma limitarsi a quello non è assolutamente sufficiente».
Mi collego al suo ragionamento: nel suo quinquennio di mandato le polemiche politiche trovavano spazio nel consiglio comunale e sui giornali. Oggi l’ascolto e l’opposizione hanno trovato spazio anche in altre piattaforme, social network in primis. Come giudica questo cambiamento?
«La critica è uno strumento fondamentale per l’edificazione di una democrazia. Da un parere si può rivedere le posizioni e sicuramente migliorare. Quello che purtroppo mi è capitato di vedere è un abuso della libertà di espressione. Attraverso gli schermi e le tastiere dei computer si è arrivati a definire “delinquenti” gli amministratori senza una base concerta, accuse spinte dalla volontà di demolire l’immagine dell’avversario. Aldilà della rilevanza penale di tali affermazioni penso che non sia il modo corretto di esprimere il proprio dissenso. Sarò anche all’antica ma io non mi piego a certe forme di offese personali».
Come dovrebbe reagire un amministratore di fronte ad accuse di mala gestione?
«Come ho già detto esistono due forme di accuse: le offese e gli argomenti politici. Se ben argomentati quest’ultimi sono ammissibili. Qualche volte qualcuno mi ha definito un “somaro”, non mi sono mai offeso. Un buon amministratore deve accettare di essere in qualche maniera esposto più di tutti gli altri citadini. Con la legge 81 del 1993 l’elezione del sindaco è diretta: la fascia tricolore ha un onere anche d’immagine, chi la indossa sa di essere colui che riceverà sì più plausi quando li merita, ma anche più attacchi politici da parte delle opposizioni e le lamente dirette da parte dei cittadini. Possiamo dire che un sindaco è più esposto di un senatore della Repubblica: un consiglio che mi sentirei di dare a chi è permaloso è quello di non candidarsi».
Un errore dell’amministrazione Pienazza?
«Ne ho fatti diversi, non ne saprei elencare uno più grave degli altri. L’errore può capitare, l’importante è che sia fatto seguendo un’idea di città, che sia un errore strutturale. Fondamentale è saper ascoltare e saper mettersi in discussione, essere pronti ad ammettere i propri sbagli. L’errore più grave per un amministratore è la personalizzazione dell’azione amministrativa, ovvero il far coincidere una decisione con la propria figura, difendendola anche di fronte ad evidenti lacune. Il sindaco, come non smetterò mai di ripetere, ha il dovere di decidere. Presa la decisione si assume anche la responsabilità di commettere passi falsi».
In un universo parallelo Fiorenzo Pienazza è candidato sindaco di Desenzano. Quale è la priorità nel programma?
«Non credo esista la priorità in un programma. Puntare tutto su un tema è controproducente. La priorità di quel Pienazza sarebbe la costruzione di un programma completo.
Oggi si minimizza il programma in pochi fogli, un tempo erano oltre cinquanta pagine. Il programma non può essere un insieme disarmonico di scelte, deve essere un sistema organico. La visione della città va costruita e portata avanti. Come ho già detto oggi si dà molto spazio a forme di partecipazione diretta, io sono scettico. Gli amministratori devono essere in grado di avere una direzione».
Immagino non abbia dunque nemmeno un «settore su cui puntare».
«Esatto. La visione deve essere complessiva, non esiste un argomento più “caldo” degli altri. Le persone hanno sì una visione complessiva delle cose ma poi la valutazione delle amministrazioni la fanno su piccole cose. Una banale buca nel terreno può spostare più voti di una piazza. La buca è una piccola cosa ma per qualcuno è l’essenziale, perché interferis ce direttamente nella propria vita personale».
Un argomento che pare latitare è il sociale. Nel dibattito pubblico ha posizioni marginali e, a volte, addirittura secondarie. Da qualcuno è visto come un onere. Lei è un ex amministratore e oggi è preside di una scuola e presidente dell’Anffas. Che visione ha?
«Una delle grandi difficoltà di un sindaco è quella di portare avanti l’interesse di tutti tenendo unite le diverse esigenze dei singoli. Il sociale per un amministratore è uno degli aspetti più toccanti, da sindaco era il settore che più di tutti mi preoccupava, che a volte mi faceva tornare con l’angoscia a casa. Chi amministrerà si accorgerà presto di quanto sia un tema delicato. Sono d’accordo che le famiglie debbano compartecipare alle spese dei servizi, siano queste dovute alla scuola, al bus per gli anziani o all’assistenza di portatori di handicap. È anche vero che gli aggiustamenti di bilancio sul sociale sono più facili da fare perché meno evidenti rispetto, ad esempio, alle opere pubbliche. Tutte le esigenze legittime dei cittadini devono godere del rispetto e dell’attenzione di un sindaco. Il sociale è silenzioso ma è una realtà ampia: se sei ostile a queste tematiche non puoi fare il primo cittadino».
Come è diventato sindaco Fiorenzo Pienazza?
«Era l’estate del 2001. Eravamo nel boom del berlusconismo e mi fu chiesto. Accettai con la certezza che in caso di sconfitta non mi sarei offeso personalmente. Al ballottaggio con Maria Rosa Raimondi, una mia amica e collega in una precedente amministrazione, vincemmo. Ricordo che non potevo crederci, mancavano una ventina di voti alla fine definitiva degli scrutini e avevamo vinto matematicamente ma finché non finirono di contarli non realizzai della vittoria».
E come ne uscì?
«In cinque anni imparai tantissimo. Alla successiva tornata perdemmo nonostante io avessi preso più voti del mio avversario, l’amico Felice Anelli che riconobbe di aver vinto grazie al sostegno dei suoi partiti, dimostrando una correttezza di tutto rispetto. Cinque anni dopo mi fu chiesto di presentarmi alle primarie ma di fatto accettai a “bassi livelli”. Ho preferito far passare altri, magari più giovani. Credo sia un principio che tutti dovrebbero quantomeno prendere in considerazione. Oggi tanti attori sono gli stessi di vent’anni fa: in una città di quasi trentamila abitanti è mai possibile che i nomi si ripetano così frequentemente?»
Cosa si porta di quell’esperienza?
«Ancora oggi tante brave persone fra i lavoratori del comune e semplici cittadini si fermano a salutarmi, anche solo per ricordare episodi di quegli anni. Questo mi fa pensare di aver fatto qualcosa di buono per la città, è una grande soddisfazione. Uscito da Palazzo Bagatta ho anche capito che il lavoro della mia vita era quello che sto svolgendo tuttora: il preside nel mondo della scuola, ciò che ho fatto per tutta la mia vita».
So bene che non risponderà ma devo farle questa domanda: chi voterà?
«Ha fatto bene a fare questa domanda ma come sa bene non le risponderò. I programmi ancora non sono chiari. Ciò che mi sento di anticipare è quanto affermato prima: i programmi elettorali devono avere una visione d’insieme. Valuterò il progetto migliore nella sua interezza. Desenzano ha bisogno di un disegno preciso. Limitarsi ad ascoltare i cittadini nega la necessità di esistenza della figura del sindaco. Il vuoto ascolto oltre ad essere uno slogan può essere anche uno strumento deleterio e pericoloso».

 

di Alessandro Sahebi. Articolo pubblicato il 21 aprile su GARDAWEEK

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