La storia di Tomas, ragazzo autistico

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Articolo pubblicato il 26/03/2017 alle ore 08:56.
La storia di Tomas, ragazzo autistico 4
La storia di Tomas, ragazzo autistico 4

 «L’educazione al fenomeno dell’autismo è fondamentale per aiutare questi ragazzi». Comincia così il racconto di Fanney Sigurdardottir, madre dal nome islandese quasi impronunciabile con uno smisurato amore per il figlio diciassettenne Tomas Grazioli. «Parlare di autismo serve per tenere alta la concentrazione sul tema. Non c’è niente di cui vergognarsi nel cercare di combattere l’ignoranza».
Tomas nasce 17 anni fa senza particolari problemi. Più o meno dopo ventiquattro mesi i genitori però cominciano ad accorgersi di qualche regresso nei processi di apprendimento e comunicazione del figlio: «Abbiamo notato che dopo aver pronunciato le prime parole ad un tratto smise e si richiuse nel silenzio. All’epoca l’autismo non era studiato come oggi, io conoscevo bene l’inglese e documentandomi in internet mi fu più chiara la situazione: capimmo che Tomas poteva essere entrato tutto d’un tratto nell’autismo». Non sono ancora chiare le cause scatenanti di questa patologia, per ora si possono formulare esclusivamente ipotesi.

«Tomas ad un tratto smise di parlare, di guardarci negli occhi occhi iniziò ad essere più assente: capitava che lo chiamassi e non si girava. A ciò si aggiunse un sistema immunitario molto delicato, si riempiva facilmente di herpes». A quel punto, fugati gli ultimi dubbi, Tomas viene riconosciuto come soggetto autistico e affiancato nel suo percorso scolastico. «All’inizio non è stato semplice - continua Fanney -, pensavamo infatti che il contatto con gli altri bambini potesse servire. Invece non è andato così: Tomas non si trovava in quella situazione, passava le giornate a piangere».
Dopo varie ricerche i genitori trovano una psicologa a Desenzano e decidono di trasferire Tomas nell’asilo in cui ordinariamente lavora: «Grazie a quella professionista sono arrivati i primi progressi».
Tomas acquisisce gradualmente un linguaggio lento, fatto di poche e fondamentali parole ma spesso sufficienti per farsi capire.
«A volte invece è più difficile - continua la mamma - loro vivono in un mondo tutto loro dove la percezione sensoriale è alterata: un cane che abbaia troppo forte ad esempio è un elemento di disturbo intenso per Tomas. Tutti i loro ragionamenti - continua Fanney - sono calibrati diversamente dai nostri, spesso non sono facili da capire. Poteva mettersi a piangere per situazioni apparentemente normali come una semplicissima visita di un estraneo in casa nostra». Il percorso scolastico di Tomas va avanti attraversando le elementari e le medie in maniera più che positiva: «Abbiamo incontrato ottime persone, siamo stati molto fortunati». 

Oggi Tomas frequenta la classe terza dell’istituto agrario Vincenzo Dandolo: «Oltre al lavoro straordinario degli insegnanti e degli assistenti ad personam messi a disposizione dal comune , noi ci sentiamo eternamente grati con la classe di Tomas perché lo hanno capito ed accolto. Nel corso del tempo è riuscito a stringere amicizie sincere. Una delle sue attività preferite è andare con gli amici al Burger King». Ed è proprio l’esperienza della classe che Fanney cita per quel percorso di sensibilizzazione che a suo avviso dovrebbe essere portato avanti: «I professori di Tomas hanno avuto grande capacità di comunicare agli studenti cosa vuol dire essere autistici. Là fuori c’è pieno di ragazzi fantastici che sono disposti ad aprirsi all’autismo se viene spiegato loro cos’è. Il sistema deve aiutarli a capire. Il problema più grande oggi forse è parlarne, non capisco perché. C’è da vergognarsi della cattiveria e dell’ignoranza e non di parlare delle cose».
Come già riportato in diverse storie il problema più grande per una persona autistica è la fine della scuola perché per molti rappresenta la fine di una progettualità: «Cominciamo a prepararci a questo momento - spiega Fanney -, Tomas è buono e gestibile, ogni giorno facciamo in modo che impari ad arrangiarsi, lo stimoliamo a tenersi impegnato, ad allenarsi ad attività manuali. Questi ragazzi devono essere spinti ad uscire di casa, a stare nel mondo. Altrimenti si chiudono nel loro.

Quello che servirebbe - conclude la madre - è che si cominci ad entrare nel loro universo, loro ogni giorno vivono nel nostro con un grande sforzo. Tomas però è forte e ama tutto ciò che gli sta intorno. Io sono pazzamente innamorata del suo modo di affrontare le cose, posso dire che mi abbia insegnato tantissimo, è il più grande maestro della mia vita».

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