La storia di Franco Piavoli, regista di Pozzolengo

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Articolo pubblicato il 15/08/2017 alle ore 17:38.
La storia di Franco Piavoli, regista di Pozzolengo 4
La storia di Franco Piavoli, regista di Pozzolengo 4

«Ciak, si gira!» e «Buona la prima». Due frasi che chissà quante volte saranno state ripetute da Franco Piavoli, regista di corti-medi e lungometraggi che, col passare del tempo, hanno accresciuto la sua fama sul nostro territorio ed Oltralpe.

Classe 1933, nato, cresciuto e tutt'ora residente nel suo appartamento di Pozzolengo, Franco è una di quelle figure maggiormente legate al mondo della cinepresa che si è fatto da sé. Mai una lezione di cinematografia o di critica e storia del cinema, a parte quelle «classiche» trascorse tra i banchi della scuola dell'«obbligo» (elementari, medie e Liceo, tutti a Desenzano, con una Laurea in Giurisprudenza conseguita all'Università di Pavia).

«D'altronde mi piaceva passare più tempo davanti allo schermo di un cinematografo che a seguire le lezioni scolastiche» ha ironizzato il regista pozzolenghese. Insegnante di Diritto ed Economia per una vita all'Istituto tecnico di Desenzano, ora che è in pensione, Franco non ci pensa minimamente ad «appoggiare sullo scaffale la sua telecamera». «Chi ha veramente passione per il cinema, non smette mai di fare questo mestiere» ha ribadito.


Come si è avvicinato al mondo dell'«immaginazione» e della cinepresa?
«Ai tempi del Liceo, quando avevo 15 anni, mia mamma (Mafalda, ndr) mi regalò una macchina fotografica con la quale scattai le mie prime fotografie. I soggetti preferiti? Il lungolago desenzanese, le campagne di Pozzolengo e... i miei amici. Mi è sempre piaciuto esplorare il territorio che mi circondava e fissare su immagini quelle particolarità che ogni figura naturale ed umana può esprimere».
Dalla fotografia alla pittura (con alcune opere ad acquarelli) fino alla sua amata «8 millimetri».
«Qualche anno più tardi, durante una gita in battello sul Garda, trovai una cinepresa abbandonata probabilmente da un turista. Da quel momento decisi di girare i miei primi “spezzoni”, tutto registrato su pellicola da 8 millimetri».


E quando, allora, si può parlare veramente di Franco Piavoli come regista e non solo come «amatore» del cinema?
«Cominciai a girare i miei primi cortometraggi poco più che ventenne. “Uccellaia”, “Ambulatorio” e “Vieni in campagna” gli esordi nel piccolo schermo, ma ancora distanti per essere definiti come veri e propri film. Solo nel 1961, feci la mia prima pellicola a colori e col sonoro: si chiamava “Le Stagioni”, un progetto ambizioso nel quale seguii a più riprese quella che sarebbe poi diventata la mia futura moglie (Neria, ndr)». 
Di corti e mediometraggi, Franco ne fece davvero molti (13 complessivi). Ma il successo di Piavoli deriva soprattutto dai suoi lungometraggi, In particolare, «Il pianeta azzurro», compiuto nel 1982, suo primo film ad essere lanciato al cinema e che gli valse diversi premi.
«Ma per farlo mi serviva una macchina da presa più grande, con una pellicola da 35 millimetri. Furono Silvano Agosti e Marco Bellocchio a regalarmene una. E così nacque “Il pianeta azzurro”, un film che tocca ancora la tematica dello scorrere del tempo, segnato dal corso delle stagioni».


Qualche influenza dal cinema «di casa» od estero?
«Non particolarmente se non per alcune riprese. Qualche volta, mi sono rifatto al cinema di Luchino Visconti, in altri da sceneggiature russe come Aleksandr Dovzenko e Sergej Ejzenstejn».
Quanto ai riconoscimenti per i suoi lungometraggi, di premi sulla bacheca di Franco Piavoli, ce ne sono parecchi. Un «Bvc» ed un premio «Unesco» per «Il pianeta azzurro» al Festival di Venezia. «Al primo soffio di vento» (del 2002) fu decretato quale miglior film al Festival di Santa Cruz del 2004, «Nostos, il ritorno» (del 1989) fu insignito del premio "Aiace" e dell'"Opl Moti Ibrahim" al Festival di Djerba del 1990, oltre ai quali si aggiungono un «Ludovico Alessandrini» per il Cinema di Poesia Recanati del 1998 e nel 2004 Piavoli venne conferito del premio «Vittorio De Sica» direttamente al Quirinale.


Che cos'è per lei il cinema oggi?
«Semplicemente un teatro filmato, dove ci sono persone che recitano un testo cinematografico per poi essere ripresi. La tecnologia? Bisogna restare al passo con i tempi. Anch'io oggi ho dovuto accantonare la mia vecchia “Moviola” per passare ai programmi impostati nel computer».


E se l'ultimo cortometraggio era quella «Festa» targata 2016, allora, che festa sia anche per Franco Piavoli, regista amante della natura e legato a quei ricordi d'infanzia trascorsa tra le sale cinematografiche e le campagne della «sua» Pozzolengo.

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