La tratta delle nigeriane: storia di un calvario

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Articolo pubblicato il 15/07/2017 alle ore 22:56.
La tratta delle nigeriane: storia di un calvario 4
La tratta delle nigeriane: storia di un calvario 4

Nel mondo le vittime di tratta sono circa 21 milioni, per il 70 per cento donne e bambini, trafficati e sfruttati per sesso e lavoro servile, in un giro d’affari da 32 miliardi di dollari all’anno. Solo in Italia le donne vittime della tratta sono tra le 50mila e le 70mila, di cui la metà nigeriane. Nel mondo della prostituzione fruttano una media di 9 milioni di prestazioni sessuali al mese. Un mercato le cui caratteristiche sono cambiate negli anni, portando sulla strada nell’ultimo ventennio albanesi, rumene, moldave, russe e nigeriane. Proprio queste ultime sono, attualmente, la nazionalità predominante.

Tra il 2015 e il 2016, infatti, i loro sbarchi sulle coste italiane sono raddoppiati, passando dal 5600 di due anni fa alle 11mila donne arrivate l’anno scorso. Le minorenni, poi, sono in continuo aumento, dalle poche centinaia nel 2013 a 1500 nel 2014, per arrivare a 5mila nel 2015, con un’età media sempre più bassa, attorno ai 15 anni. Una prostituzione di grandi numeri e a buon mercato, della quale, in un periodo di crisi economica, c’è grande domanda.

Il reclutamento, le violenze e la traversata. La prostituzione e lo sfruttamento sessuale sono in verità solo la punta di un iceberg che ha radici sommerse nel mare di povertà, corruzione e di violenza dalle quali queste donne arrivano. Sbarcano in Europa spinte dal sogno di una vita migliore, con l’illusione che tutti loro problemi saranno risolti. L’adescamento avviene in zone rurali: nelle città sono già arrivate le notizie di cosa ci sia dietro i viaggi verso l’Europa. A invitarle a partire spesso è un familiare o un conoscente che propone loro un lavoro come domestica o parrucchiera.

Una volta reclutate, le donne iniziano un viaggio attraverso diversi Paesi africani, trasportate per settimane su truck stracolmi. L’ultima tappa prima del mare è la Libia. Qui molte ragazze, vedendo i gommoni della traversata e intuendo le violenze alle quali stanno andando incontro, vorrebbero tornare indietro. Ma non è più possibile, chi si ribella rischia di essere ucciso. Quasi tutte le donne prima di partire vengono violentate, tante di loro si imbarcano incinte, iniziando la traversata il più delle volte senza cibo né acqua.

La prostituzione e la fiducia perduta. Arrivate in Italia sono costrette a ripagare il debito che hanno contratto (tra i 20mila e i 60mila euro) per raggiungere l’Europa. Comincia così un calvario di otto, dieci ore di prostituzione al giorno, anche a cifre bassissime (venti euro a prestazione). Le maman sono spesso ragazze come loro, attivate con lo stesso racket spietato, che tentano di pagare il debito facendo da maitresse alle nuove arrivate.

Che siano spesso altre donne a fare da tramite in questo racket rende la situazione ancora più drammatica. Aiutare queste giovani è difficilissimo perché non si fidano più, si ritraggono innalzando un muro anche di fronte alle volontarie di Ong e associazioni umanitarie. Nel loro Paese sono state tradite da una donna, come potrebbero ora fidarsi di un’altra, per di più straniera?

La minaccia dei riti vodoo. C’è una cosa che rende, poi, la tratta delle nigeriane più complessa di tutte le altre: i riti vodoo alle quali le ragazze vengono sottoposte. Prima di partire dalla loro casa, infatti, alle giovani vengono prelevate pezzi di unghie e peli pubici con i quali vengono fatti dei riti vodoo. Da quel momento le donne saranno per sempre vincolate ai loro aguzzini. Un patto di sangue difficile da capire per noi occidentali, ma che ha un’influenza fortissima su queste donne. Di fronte alla possibilità di denunciare i loro persecutori le giovani nigeriane continuano a ripetere: «Giurami che non muoio», terrorizzate dalle possibili ripercussioni dei riti su di loro e sulle loro famiglie.

Una rinascita è possibile? Qualcuna, però, dall’inferno dello sfruttamento è riuscita a tornare indietro. Blessing, per esempio, ha scelto di denunciare i suoi aguzzini e ora lavora come mediatrice culturale. La sua storia è raccontata nel libro, Il coraggio della libertà. La tratta è un fenomeno che aiuta a capire perché, ai giorni nostri, la distinzione tra migranti economici e rifugiati sia superata. Queste donne sono partite per motivi economici ma nel loro percorso hanno subito violenze e abusi ascrivibili a una violazione dei diritti umani. Aiutarle a ricostruire una vita è molto difficile. Sfruttate, vendute, consumate all’interno di un traffico che spesso ha volti di donne, per porre fine a questo dramma non  basterà combattere le organizzazioni criminali coinvolte, ma servirà iniziare con queste donne un cammino di liberazione da una serie di umiliazioni e tradizioni.

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